La percezione corporea nell’esecuzione musicale.

Suonare è indubbiamente un’attività che coinvolge interamente noi musicisti nella mente e nel corpo. Potremmo quasi dire che il corpo è il nostro primo strumento. Eppure molte volte manca, nelle abitudini comuni, la capacità di prestare al corpo l’attenzione che diamo allo strumento musicale e manca il desiderio di conoscerne i meccanismi profondi.

Non sempre siamo consapevoli fino in fondo delle tensioni muscolari che si generano per effetto delle posizioni obbligate, delle cattive abitudini e delle compensazioni che facciamo col corpo, delle tensioni mentali dovute alla stanchezza, alla noia della ripetitività nello studio personale, alla timidezza, al timore di non essere all’altezza, all’ansia del suonare in pubblico. Tutte le tensioni che proviamo vengono espresse dal corpo e possono stabilizzarsi in esso, spesso cronicizzandosi e diventando delle costanti non controllate che accompagnano il nostro lavoro di musicisti e a cui spesso finiamo per adattarci e affezionarci. Questo stato di cose può generare le cosiddette malattie professionali, come dolori cervicali, tendiniti, lombalgie, disturbi vari da stress, abbassamento della vista, dolori agli occhi e così via, che non avrebbero ragione di esistere se fossero affrontate alla radice.

La bioenergetica e i musicisti 

La bioenergetica, di cui mi occupo da molti anni, è una metodica validissima per affrontare in modo intelligente e creativo tutta questa serie di problemi. Essa lavora partendo dal presupposto che ciò che succede nel corpo ha un corrispettivo a livello psichico e viceversa ogni manifestazione psichica si riflette sul livello fisico, essendo le due sfere, fisica e psichica, manifestazioni dell’unità della persona.

Si può quindi imparare tramite la bioenergetica, a conoscere il linguaggio del nostro corpo che si esprime in tutta una serie di manifestazioni cui non siamo abituati a dare importanza: il modo di respirare, il modo di muoverci o di bloccarci nel movimento, l’atteggiamento posturale, le tensioni muscolari, il tono della voce, lo sguardo ecc.

Parlando in particolare della respirazione su cui la bioenergetica lavora molto , è noto che in una situazione di ansia o di paura respiriamo in maniera ridotta, stiamo quasi in apnea. Questo stato porta immediatamente a rallentare l’irrorazione sanguigna nel corpo, quindi a raffreddarlo, a rendere le articolazioni più contratte, ad annebbiare la mente: tutte cose che sono di grosso ostacolo per  una buona esecuzione. La bioenergetica rileva anche che situazioni di ansia o di insicurezza ci bloccano il respiro, facendoci contrarre o chiudere le spalle; la conseguenza immediata  per chi suona è di nuovo il raffreddamento delle mani, il blocco della scioltezza, dell’agilità, la comparsa di crampi, l’impossibilità infine di avere un bel suono senza l’uso del peso del braccio, difficile da raggiungere se la spalla non è rilassata.

C’è  un’altra parte del corpo su cui vogliamo portare l’attenzione che è molto curata in bioenergetica, ma fondamentalmente ignorata dagli strumentisti. Parliamo dei piedi, il cui buon appoggio a terra dà il senso del radicamento (grounding nel linguaggio bioenergetico). Un buon grounding  dà un senso di sicurezza e fa sentire sostenuti dalla terra; se ciò avviene possiamo anche permetterci di mollare le tensioni muscolari che l’ansia ci fa assumere. Il beneficio che questo può portare è evidente! I piedi  corrispondono alla presa a terra di un sistema elettrico. Se abbiamo un saldo appoggio a terra, mentre suoniamo, questo ci consente di scaricare l’energia in eccesso che è sicuramente presente mentre suoniamo, sia in fase di studio personale sia in fase di esecuzione in pubblico. Il discorso rimane valido anche per gli strumentisti che suonano seduti perché in questo caso si lavora sul grounding delle ossa terminali del bacino cioè  degli ischi. La percezione e il lavoro su quest’ultimo grounding facilita grandemente il  rilassamento delle tensioni della colonna vertebrale e abbinato alla percezione dell’appoggio sui piedi stabilisce un orientamento maggiore verso lo strumento, facendo spostare il baricentro un po’ in avanti. Ciò favorisce la formazione di un corpo unico tra il musicista e lo strumento e quindi lo stabilirsi di una circolazione energetica senza soluzione di continuità.

L’esperienza

La mia ricerca è partita dal desiderio di sintetizzare l’esperienza di musicista strumentista che ha affrontato l’impatto col pubblico, l’esperienza di tanti anni di insegnamento in Conservatorio e l’esperienza personale nell’ambito della bioenergetica.

Ho iniziato ad applicare questo tipo di modalità prima di tutto su me stessa durante  il mio studio personale e durante i miei concerti, integrando così il mio essere musicista con queste nuove percezioni apprese. Ho poi iniziato via via a trasmetterle con varie modalità ai miei allievi durante le lezioni. Ad esempio, li ho invitati, a volte, ad esagerare la postura tesa delle spalle o del bacino per far loro percepire meglio le tensioni che si creano e in quale maniera queste tensioni compromettono una respirazione corretta ed efficace, spiegando meglio loro la meccanica della buona respirazione . Altre volte ho proposto, prima di affrontare l’esecuzione o lo studio di un passaggio difficile, di fare due respirazioni profonde e poi di eseguire il passaggio con l’attenzione rivolta alla respirazione. Questa attenzione a poco a poco entrava quasi automaticamente nell’esperienza e quindi era di  nuovo possibile fare attenzione all’esecuzione del passaggio e non più alla respirazione, avendola però modificata sbloccandola. O ancora ho proposto delle semplici esperienze per percepire l’appoggio a terra dei piedi e così via.

Successivamente ho creato un laboratorio di ricerca apposito in modo da lavorare in maniera più puntuale sullo scioglimento dei vari distretti corporei, sempre riferendomi alle tensioni percepite in sede di lezione. In questo laboratorio il metodo ha dimostrato la sua efficacia anche come lavoro sull’intera persona: ho potuto verificare così il collegamento che ipotizzavo tra il suonare e la ricerca di consapevolezza di sé tramite il lavoro bioenergetico.

Questo metodo si è rivelato adatto a tutti gli allievi e a tutti gli strumentisti. Dipende poi dalla disposizione di ciascuno il farlo penetrare più o meno a fondo. Può benissimo portare un benessere o un rilassamento generale, il che è già un bel risultato, oppure diventare un modo per entrare in contatto con il sé profondo e quindi per sviluppare la propria peculiare creatività ed esprimere a meglio il proprio talento.

Il laboratorio prevede incontri settimanali della durata di un’ora e mezza ciascuno, si lavora in gruppo sulla percezione delle tensioni muscolari, sullo scioglimento dei vari distretti corporei attraverso esercizi semplici, eseguiti a volte anche molto lentamente, con particolare attenzione alla respirazione e all’appoggio a terra. Si lavora infatti senza scarpe, in movimento o da fermi, in piedi , seduti o distesi. Questo metodo è particolarmente adatto al musicista professionista proprio perché l’attività concertistica porta ad un altissimo accumulo di tensioni sia per le ore di studio personale allo strumento, sia per l’esecuzione in pubblico.  Ma è anche assolutamente adatto e prezioso nella formazione degli allievi  musicisti!

La bioenergetica applicata al lavoro dei musicisti rappresenta una novità in Italia. All’estero, in molti paesi, l’attenzione al corpo ha fatto sì che si inserisse, nei programmi di studi musicali, la conoscenza di tecniche di respirazione o di training autogeno o di altre metodiche di lavoro corporeo. In Italia tutto ciò non è ancora avvenuto; è probabilmente ora di colmare una grave lacuna nei programmi ufficiali e nelle metodiche di approccio allo studio della Musica. L’introduzione nel Conservatorio di Perugia dove insegno di “Laboratori per la consapevolezza corporea dei musicisti” basati sul modello bioenergetico,  rappresenta forse un primo passo.

– Marzo 1997 –