LA COMPLESSITÀ DELL’ESSERE MUSICISTI.
Essere musicisti è un privilegio, un vero dono. Sento di poter dare inizio a questo mio scritto con un’affermazione sulla quale, credo, tutti possiamo concordare. Questa professione infatti ci consente di stare in contatto continuo con la Bellezza, con personalità ed anime elevate la cui espressione in Musica riportiamo in vita suonando. Ci dà l’opportunità di immergerci in un mondo di sottile sensibilità e di una ricchezza di sfumature emotive senz’altro fuori del comune. Ci fa raggiungere livelli di concentrazione, di ascolto, di autodisciplina fisica, emotiva e mentale non comuni. Ci porta ad allenare e a sviluppare continuamente quella forza d’animo importantissima per presentarci in pubblico, quella certa dose di coraggio per affrontare il rischio che ogni esecuzione pubblica più o meno comporta e che, a volte, ci fa sentire dei piccoli-grandi eroi.
Questa è un’esperienza ricca, di grosso spessore, è la nostra” delizia”, ed è per questo che spesso sviluppiamo un sistema di valori molto alto.
Consideriamo il fatto che nella nostra vita la Musica ha una priorità quasi assoluta. Molto ruota intorno allo studio e all’impegno che comportano le esecuzioni pubbliche e questo ci porta a scelte di vita a volte drastiche, a sacrifici a volte anche pesanti. E’ normale quindi che si possano creare grandi aspettative, che possiamo essere molto sensibili ai nostri successi e ai nostri insuccessi. Potremmo così correre il rischio di sentirci a volte insicuri dei nostri risultati e di portarci dietro questo sottile tarlo che ci fiacca e ci rende tesi prima di una lezione o di un concerto o di una audizione.
Possiamo inoltre dire che il rapporto con lo strumento, con cui siamo in relazione molte ore nella giornata, può somigliare sempre di più a una relazione amorosa che più è profonda, più fa da specchio alla nostra intera persona. E anche questa con lo strumento, come tutte le relazioni importanti, può essere fatta di contrasti, di contraddizioni, di attrazione e repulsione. Una differenza fondamentale però è che, se c’è qualcosa che non va, non possiamo incolpare nessuno, come faremmo con un partner. Lo strumento è lì, fedele, a rimandarci esattamente quello che noi abbiamo espresso. Ci offre questo confronto continuo con quello che noi siamo, col senso di noi, della nostra autostima, con i nostri tratti a volte di insicurezza e di inadeguatezza, di paura del proprio e dell’altrui giudizio, e anche, strano a dirsi, a volte di pudore di aprirci e di metterci a nudo quando ci esprimiamo cosi profondamente.
E qui comincia ad emergere l’aspetto “croce”…
Aggiungiamo ancora che ogni attività che prevede un confronto col pubblico, comporta un certo grado di ansia da prestazione. Questo in certa misura è naturale e umano, ma viene pesantemente aggravato dal fatto che, invece di paragonarci a noi stessi e a ciò che possiamo realizzare, in maniera costruttiva, traendo soddisfazione dalle nostre peculiari qualità, abbiamo troppo spesso l’insana abitudine di paragonarci ai più grandi concertisti o al collega che riteniamo più bravo di noi. Ecco allora che ci tuffiamo in una ricerca di perfezione che, se da una parte può essere di grande stimolo, dall’altra, se diventa eccessiva e non ci dà tregua, ci fa correre il rischio di non godere mai appieno di quello che stiamo facendo e di non nutrircene. É a questo punto che ci buttiamo a capofitto in una disperata ricerca di successo che ci dia conferme del nostro valore. Questo cercare all’esterno invece che dentro di noi, ci sfianca e ci rende sempre più deboli. Rischia di far scomparire il piacere di fare Musica. “Bisogna smettere di inseguire. Bisogna iniziare a trovarsi. Solo così potremo iniziare a salvare l’anima e il cuore” recitano i versi della giovane poetessa Fanny Pala, che calzano a pennello con questo discorso. Bisogna cercare e attingere dalla propria interiorità e smettere di inseguire modelli fuori di noi.
Guardando più in profondità quindi, ci si rende conto che il fare Musica non riguarda solo il nostro essere musicisti ma riguarda la nostra intera persona e la nostra evoluzione. In altre parole, coinvolgendo inevitabilmente tutta la nostra persona con le nostre caratteristiche, questo rapporto speciale ci fà da amplificatore e ci permette di conoscerci, di crescere e di metterci nella condizione di esprimere la migliore versione di noi stessi.
Di fronte a tutto questo orizzonte così complesso, a questa croce e delizia appunto, spesso ci sentiamo soli, spesso la famiglia e gli amici non musicisti non comprendono la complessità e la peculiarità di questo lavoro. I colleghi musicisti non sono in genere buoni consiglieri perché sembra quasi che non si possa esprimere le proprie difficoltà e la propria fragilità, pena essere squalificati dall’ ambiente dove regna sovrana la competitività e il giudizio. Purtroppo funziona così nel mondo d’oggi: in generale il modello del supereroe, il diktat per cui bisogna essere forti, avere successo ed essere sempre vincenti è fortissimo e aggiungo pericolosissimo. É un modello illusorio, un castello di carte, cui nessuno può aderire nella realtà senza prima o poi crollare.
IL MIO VISSUTO PERSONALE
Personalmente nell’infanzia e nell’adolescenza, ho sofferto di questa solitudine. Sentivo che non potevo mostrare alcun segno di cedimento altrimenti sarei stata invitata dalla mia famiglia a lasciar perdere. Tenevo quindi tutto dentro di me, i miei dubbi e le mie sofferenze. Evitavo il confronto con gli altri perché non mi sentivo sufficientemente forte per reggerlo. Mi isolavo, impedendomi di ricevere stimoli e confronti che avrebbero potuto nutrirmi.
In quegli anni cercai sostegno positivamente nella psicologia e nella psicoterapia. Il mio interesse in quel versante é sempre stato molto forte. Spesso mi dicevo che se un giorno avessi smesso di suonare avrei voluto fare la psicoterapeuta. Poi non andò così, ma, a mio avviso, meglio di così. Quello che veramente cercavo l’ho trovato anni dopo nel counseling di cui tra poco parlerò. Voglio immediatamente premettere che il counseling, al di là di essere una magnifica ed efficace relazione d’aiuto, è prima di tutto un allenamento a un modo di essere più nuovo e più sano. Ma andiamo con ordine.
IL COUNSELING
Abbiamo già detto come tutti noi passiamo, sia come persone sia come musicisti, momenti di difficoltà che sembrano non finire mai e non avere una via d’uscita. E’ normale!
In quei momenti difficili potremmo desiderare fortemente di avere accanto una persona speciale che ci accolga mettendosi nei nostri panni, che veda le cose con i nostri occhi, che ci accompagni, ci prenda per mano, ci ascolti e ci comprenda profondamente senza giudicarci, che non proponga soluzioni ma piuttosto ci aiuti a chiarire i nostri pensieri e le nostre emozioni e ci sostenga per farci prendere da soli le nostre decisioni, aiutandoci così a stimarci di più e a volerci più bene. Sto parlando di un sogno? Ebbene no. Questa è la relazione di aiuto che si chiama counseling!
Scoprirlo per me è stata una grande gioia. Questo era quello che veramente cercavo. Senza nulla togliere all’importanza dell’esperienza avuta con la psicoterapia, venivo scoprendo che il counseling era un strumento di aiuto eccellente che mi corrispondeva molto di più, molto diverso dalla psicoterapia e molto efficace.
É arrivato a questo punto il momento di dare qualche accenno su cosa è il counseling e come nasce.
LA STORIA DEL COUNSELING
Il Counseling nasce intorno agli anni ‘50 del ‘900. La psicologia in quegli anni, dopo la psicanalisi di Freud orientata più alla patologia, stava spostando il suo interesse sempre più verso l’uomo sano, che ha già in sé la capacità di progettare il suo futuro, di sviluppare i talenti inespressi e di essere libero e creativo.
Il counseling nasce in questo contesto e dalla visione rivoluzionaria di Carl Rogers quello che io considero, accanto a Beethoven e a Bach, uno dei miei grandi maestri. Per Rogers al centro non c’è il problema ma la persona che sta in uno stato di bisogno e cerca aiuto. Il Counseling è esattamente una relazione di aiuto, rivolta all’individuo sano che si trova in un momento di difficoltà. La visione di Rogers parte dal presupposto che ciascuno di noi possiede già in sé le risorse necessarie per superare le situazioni problematiche e si propone di creare le condizioni adatte per farle emergere. Per fare questo è di fondamentale importanza la presenza di un professionista, come può essere il counselor appunto, che ha sviluppato nei suoi anni di formazione la capacità di creare uno spazio e un tempo di ascolto attento, sottile, accogliente ed empatico dove il giudizio non ha assolutamente diritto di cittadinanza. In questo ambiente chi chiede aiuto, comincia ad acquistare fiducia e si sente incoraggiato ad aprirsi ad esprimere le difficoltà senza barriere.
L’empatia, l’elemento fondante del Counseling, è un’esperienza profonda che va compresa bene, e solo sperimentandola è veramente possibile , per non generare confusione con altre cose che non lo sono come la simpatia o la compassione. Per semplificare, essere in empatia significa comprendere il punto di vista dell’altro e soprattutto accogliere e vibrare con le emozioni che l’altro sta provando e quindi venire in contatto i suoi reali bisogni. Vuol dire fare spazio dentro di sé per accogliere il mondo dell’altro in modo che l’altro si senta capito, accolto e non più solo. Ma queste sono solo parole, realmente l’empatia è un’esperienza profonda che non si finisce mai di apprendere e di sviluppare.
Questo implica, tra le altre, due cose importanti nella formazione del counselor: prima di tutto che abbia imparato ad essere empatico con sé stesso, cioè che sia capace di stare con sé stesso, col proprio mondo interno, con accoglienza ,accettazione e non giudizio e questo è un apprendimento continuo. In secondo luogo, che sviluppi la fondamentale qualità del “come se” dell’empatia. Il counselor compartecipa, ma non si identifica col cliente, cosa che farebbe perdere tutti e due nella confusione. Mantiene il contatto con sé mentre è in contatto con il cliente. Lo sostiene, lo aiuta, lo ascolta mentre ascolta sé stesso, è con lui ed è con sé contemporaneamente. Potremmo paragonare questa esperienza a quella della Musica d’insieme quando è presente un’ottima intesa tra i partners musicali. In questo caso si suona la propria parte ma si conosce e si segue contemporaneamente anche la parte degli altri e si sviluppa come un’intesa sottile, quasi telepatica che fa percepire, mentre si sta suonando, come si sta sentendo l’altro e di cosa ha bisogno e nello stesso tempo ci rende capaci di comunicare come ci sentiamo e di cosa abbiamo bisogno a nostra volta.
LA MIA FORMAZIONE
Quando conobbi il counseling e iniziai la formazione, avevo già fatto un lungo lavoro su di me con la psicoterapia dato che accarezzavo l’idea di farne una seconda professione, come ho già accennato. Poi invece le cose si sono felicemente organizzate in modo che frequentassi una scuola di counseling durata quattro anni più uno di tirocinio. Questa formazione in un primo momento mi sembrò un ripiego: io volevo fare la psicoterapeuta! Ma già preparando l’esame per il passaggio al secondo anno del corso ebbi modo di cambiare totalmente idea. Cominciai a sentire che questo percorso mi si confaceva molto, si trattava di divenire esperta di una relazione molto più paritaria, di un accompagnamento gentile in un percorso in cui chi chiedeva aiuto era il protagonista principale. Non a caso Rogers diceva che il maggior esperto del problema è proprio il cliente. Il counselor gli si pone accanto, lo accompagna, non lo precede, né lo guida.
Spesso mi viene in mente di paragonarlo al rapporto tra Virgilio e Dante. Il counselor è un po’ un Virgilio che accompagna e sostiene il cliente ma non va avanti a guidare il cammino, si pone anche lui come Virgilio accanto, e questo fa veramente una grande differenza.
Il Counseling per i musicisti. E perché?
É facile immaginare come io abbia subito pensato di portare questa mia esperienza e competenza in aiuto di chi fa Musica.
Credo profondamente che essere sostenuti da un counselor sia, in ogni caso, una grande risorsa per un musicista. Ma in più, se si ha anche la possibilità di essere sostenuti da un counselor che è anche musicista, che conosce perfettamente, per averle provate sulla propria pelle, le difficoltà legate a questa professione, credo sia una risorsa preziosa che, in questa fase della mia vita, sento profondamente di voler mettere a disposizione.
Noi musicisti sappiamo bene come l’emozione di suonare in pubblico o davanti a una commissione può invaderci e bloccarci. Come possiamo correre il rischio di scoraggiarci, di non credere più in noi stessi e di dubitare del desiderio di continuare a suonare. Se vogliamo suonare sentendoci soddisfatti è importante mettere mano al senso della propria autostima, è importante potenziare la fiducia di potercela fare e di poterci rialzare dopo un eventuale insuccesso, è importante potenziare la forza di combattere in un ambiente non certo facile perché pieno di competitività e di narcisismo non sempre sano.
Ricevere un aiuto che ci faccia riappropriare della nostra creatività e quindi di una sana autostima è veramente una grande opportunità. Abbiamo il diritto di sentirci gratificati e di godere appieno di questa nostra magnifica professione!
Come il Counseling mi ha aiutato nell’insegnamento
Come insegnante mi sono giovata grandemente della conoscenza del counseling e l’ho utilizzato a piene mani. Vorrei ricordare una cosa che ho detto poc’anzi: prima di tutto il counseling è un modo di essere, anzi è un allenamento a un modo di essere più sano e nuovo. Questo è quello che ho cercato di portare nell’insegnamento, affinché il contatto con la Musica potesse diventare strumento di crescita sana, potesse svolgere un’azione salvifica e non dannante. Un insegnante di strumento, specialmente in Conservatorio, ha una responsabilità grandissima perché ha un rapporto speciale con l’allievo: è un rapporto personale a quattr’occhi, costante nel tempo e in un tempo molto lungo. Ha quindi grande influenza sull’allievo non solo come allievo di Musica, ma anche come persona.
Mi sono resa conto che, già prima di conoscere il counseling, usavo istintivamente modalità da counselor. Gli anni di formazione mi hanno fatto sistematizzare queste intuizioni istintive, mi hanno dato delle tecniche ma soprattutto mi hanno formato come persona in grado di trasmettere quella qualità di relazione con gli allievi che ha, secondo me, un grande valore educativo.
Ho imparato e imparo sempre più a creare uno spazio in cui l’allievo possa sentirsi accolto per come è nel momento, anche se vivamente stimolato a diventare quello che può diventare. Ho imparato ad utilizzare sempre una modalità di riscontro positivo facendo precedere alle correzioni, spesso tantissime, l’apprezzamento per ciò che l’allievo ha fatto bene, il riconoscimento del progresso fatto e la comprensione dello sforzo compiuto.
Nel lavoro constato gli effetti positivi e benefici del distinguere la persona dalla persona che suona. É importante, per suonare meglio, sentirsi accolto per come si è come persone e non per come si suona. Spesso si vede fare l’ errore di giudicare l’intera persona per come suona. Invece ci può essere una persona terribile che suona benissimo e una persona di belle qualità che non suona poi cosi tanto bene per i più diversi motivi. Riconoscere che siamo innanzi tutto persone e poi musicisti è veramente molto risanante.
Cerco sempre più, anche se a volte non è facile, di pormi nella lezione in maniera empatica nei confronti dell’allievo e percepisco come questo lo aiuta a stare a suo agio, a sentirsi comodo nei suoi panni. Questa sensazione è fondamentale per far affiorare e rinforzare l’autostima.
Sperimento come il contatto col mio modo emotivo induce l’allievo a contattare il suo. Lo aiuta a metter mano al mondo delle emozioni che, stranamente ma spesso, è un territorio poco esplorato, talmente noi musicisti siamo impegnati a conseguire le abilità tecniche indispensabili per suonare. Se queste sono strumenti irrinunciabili attraverso cui traduciamo ed esprimiamo la Musica, dall’altra possono diventare delle trappole. Curiosamente la parola emozione viene spesso correlata a stati di paura e di ansia da negare e da soffocare il prima possibile. Non si conosce questo mondo e non si riesce facilmente a dare voce e nome alle sfumature emotive che ci accompagnano . Per questo, dopo che l’allievo ha suonato, gli chiedo sempre come si è sentito mentre suonava e come si sente ora dopo aver suonato. La risposta non arriva mai facilmente e questo mi dà modo di esplorare con lui la sua interiorità. In questo modo mi rendo conto del fatto che usare empatia col mio mondo interiore, aiuta l’allievo a fare altrettanto. Lo aiuta a sentirsi più pienamente e felicemente espresso, a volersi più bene e a ristabilire quindi una sana autostima.
In conclusione credo sia palese ormai il senso del titolo verdiano “croce e delizia” che ho voluto dare a questo articolo il cui scopo è proprio quello di proporre una via per poter pacificare il dissidio.
La via risiede, secondo me, nel fatto che non c’è obiettivo migliore, non c’è successo che tenga, di fronte alla possibilità di orientare un percorso di studi o una professione verso il desiderio di conoscersi profondamente e verso la gioia di sentirsi crescere e diventare a poco a poco una persona migliore.
– Febbraio 2019 –
